Dainese fa tute spaziali e va su Marte con la Nasa


Si celebrano tra 8 mesi i 50 anni del primo sbarco sulla luna. Tutti pronti a ricordare Neil Armstrong anche grazie al film “Il primo uomo” in sala in questi giorni. Ma possiamo essere ormai pronti a dimenticare la tuta ingombrante e voluminosa con cui l’astronauta statunitense mise piede sulla luna il 20 luglio 1969. Basta entrare al Dar Dainese Archivio in via dell’Economia a Vicenza per toccare con mano quello che sarà il futuro verso lo spazio in cui l’impresa di abbigliamento per motociclismo e sport estremi che ha puntato tutto sulla sicurezza e l’innovazione sta già giocando un ruolo di primo piano. La foresta delle tute inizia nel 1974 con Dieter Braun primo pilota ufficiale Dainese nel motomondiale e finisce con la “biosuit”, l’embrione della futura tuta spaziale molto più simile alla calzamgalia dell’uomo ragno che non allo “scafandro” di Armstrong, con cui gli astronauti potranno passeggiare fuori dalla navicella. Ma a quel prototipo, richiesto ora per essere esposto anche dai musei di Chicago e Washington, si è arrivati solo grazie alla tecnologia affinata in quasi 50 anni di attività che scorre dentro all’archivio, baricentro della galassia Dainese, per far capire «soprattutto ai giovani» dove si può arrivare. «Dal motociclista allo sciatore – indica il fondatore Lino Dainese – ho sempre avuto a cuore la protezione del corpo umano dalla testa ai piedi. E ora, l’ho detto anche al Mit di Boston, il mio progetto più ambizioso è vestire chi andrà nello spazio».
LA COLLABORAZIONE. È a Vicenza che ha bussato il Mit, l’Istituto di tecnologia del Massachusetts, una delle più importanti università di ricerca del mondo dove, nel dipartimento di aeronautica e astronautica opera Dava Newman, che è anche vice amministratore della Nasa, l’agenzia governativa civile responsabile del programma spaziale Usa. La Nasa nei suoi programmi ha il primo viaggio umano su Marte nel 2030 al quale vuole arrivare con una tuta spaziale nuova, più leggera e pratica di quella con cui finora gli astronauti sono andati sulla luna. L’architetto spaziale argentino Guillermo Trotti sull’idea dell’ing. Newman, compagna nella vita, ha messo a punto il progetto. Ma per realizzarlo ci voleva Dainese.
L’INTUIZIONE. Enrico Rossetto, 27 anni, ingegnere aerospaziale, a fianco di Lino Dainese, macina bene la materia: «Ad oggi l’interno della tuta degli astronauti, perché l’uomo possa resistere nello spazio, dev’essere pressurizzata. La pressione all’interno, però, rende la tuta ingombrante e rigida, il che aumenta lo sforzo per spostarsi. L’idea sviluppata da Newmann prende spunto da uno studio degli anni Settanta sulle linee di non estensione del corpo umano. Nel nostro corpo ci sono cioè delle linee che non vanno ad accorciarsi o ad allungarsi a seconda del movimento: si può quindi sfruttare questo principio per creare una pressione non più attraverso un gas, ma meccanica». In buona sostanza prima l’astronauta era avvolto da una specie di mantello che si riempiva d’aria. Ora, al contrario, si lavora di compressione. La tuta, confezionata a Molvena, è una ragnatela di fili oro e neri: un sistema di tiraggi li mette in tensione, permettendo così al futuro astronauta di muoversi con una certa agilità. Non a caso i progettisti hanno bussato in Dainese che aveva già sperimentato tecnologia e materiali sulle tute dei motociclisti. C’è però ancora molto lavoro. Anche un paio di settimane fa gli americani sono tornati a Vicenza per un nuovo confronto, in particolare sul tema di integrare lo “zainetto”, cioè il supporto vitale che fornisce aria al casco dell’astronauta e calore.
I PRECEDENTI. Intanto però accanto al “biosuit” fa mostra anche lo “skinsuit”, la tuta ideata a più mani e frutto della collaborazione tra Esa, agenzia spaziale europea, con Dainese. Ad oggi sono state realizzate una trentina di tute: 30 astronauti le hanno indossate o le indosseranno nei periodi di permanenza all’interno della stazione spaziale internazionale. La tuta nasce dal principio di comprimere il corpo per evitare l’allungamento della colonna vertebrale in assenza di peso e quindi prevenire i dolori. Missione compiuta. Ma ora il sogno è proteggere chi passeggerà su Marte. •

Roberta Bassan



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