Mauro Pelaschier e la Barcolana di Trieste: «Un eterno tornare a casa»


Alto, biondo, barbuto e abbronzato: quando a Newport nel 1983 Mauro Pelaschier stringeva il timone di Azzurra, prima barca italiana in Coppa America, era soprannominato «il bello della vela». Di quei giorni indimenticabili, lo skipper per antonomasia conserva intatti il physique du rôle, la passione bruciante per la «ruota» e un certo caratteraccio che viene fuori all’approssimarsi alla boa…. L’esperienza, invece, è aumentata con gli anni, come le miglia macinate in lungo e in largo attorno al mondo, e i campionati conquistati su barche di ogni genere e dimensioni. Ambasciatore della Fondazione One Ocean, costituita dallo Yacht club Costa Smeralda per la salvaguardia dell’ambiente marino (ha appena concluso un giro d’Italia a vela per sensibilizzare l’opinione pubblica sullo stato del mare), Pelaschier conduce una barca (quasi sempre alla vittoria) con la naturalezza di chi lo fa da sempre: è il suo lavoro, la sua vita. Ma la Barcolana, per questo marinaio cresciuto a pane e vela nelle acque di Monfalcone, è qualcosa di più di una regata, è un tornare a casa.

Quante Barcolane ha corso Mauro Pelaschier?
E chi se lo ricorda, tante, tantissime, direi 40 su 50. La prima nel 1975, con un barchino di 8 m. Quell’anno stavo preparando le Olimpiadi e non frequentavo molto le barche d’altura, però ho accettato di accompagnare degli amici ed è stato tutto un divertimento, un fine settimana meraviglioso.

Ma un campione partecipa per vincere
Non alla Barcolana, almeno per quanto mi riguarda. Barcolana è una festa, l’importante è battere la barca vicina; poi se arriviamo secondi o penultimi non importa. È una regata semplice, studiata perché tutti possano, giustamente, partecipare e arrivare. È lontana dallo spirito delle competizioni «serie», come un’Olimpiade o un Mondiale, ma è bella per questo… Quando riesci a fare una classifica con 2000 barche vuol dire che sei molto bravo e molto intelligente.

Ha mai vinto la Barcolana?
Sì che l’ho vinta, l’ultima volta mi sembra nel 2013 in classe crociera, ma in una sola occasione ho corso per il risultato, era il 1998 ed ero su Riviera di Rimini. Mi avevano convinto con qualche bottiglia di vino…

Come sono cambiate le barche dagli anni 70 a oggi?
Sono molto diverse. A un certo punto qualcuno ha pensato «facciamo una barca per vincere la Barcolana. Arrivare primi in assoluto e battere duemila avversari è qualcosa di eccezionale, quindi vale la pena impegnarsi in un progetto vincente». In quel momento è cominciata la rincorsa alla barca perfetta; non c’erano limitazioni imposte dallo Ior o dall’IMS e si è cominciato a velocizzare gli scafi, alleggerendoli e aumentando l’altezza di alberi, tangone, vele ecc. Questa filosofia ha prodotto progetti molto interessanti dal punto di vista tecnico: Fanatic di Battiston, che ha aperto la strada, ad esempio, era una barca studiata apposta per la Barcolana e, infatti, ne vinse parecchie, poi vennero Gaia Legend e anche Riviera di Rimini…

Un’edizione particolarmente difficile?
Tutte, non c’è una Barcolana uguale all’altra: o fatichi terribilmente con la bonaccia o fatichi terribilmente con la bora; oppure ti barcameni con vento medio perché non sai dove mettere la tua prua.

Qualche aneddoto?
Durante la regata vedi cose assurde che succedono solo alla Barcolana: mi ricordo di una barca che aveva nel pozzetto una damigiana di vino con tante cannucce e l’equipaggio intorno; un’altra con un prosciutto intero che prima della fine della regata era già terminato, velisti che suonano la fisarmonica, la chitarra o la tromba… tutti modi diversi per trascorrere una bellissima giornata in mare.

È questo lo spirito giusto per correre la Barcolana?
Dipende dai soggetti: per me è sempre stato così e lo è ancora; per altri arrivare davanti è indispensabile. È Barcolana anche quello.

È cambiata la Barcolana?
È cambiato il mondo: se ne è andato lo spirito marinaresco iniziale a favore del risultato a tutti i costi, non c’è niente di strano. Non dimentichiamo che il crocerista puro, che corre solo per partecipare, si trova vicino e sulla stessa linea di partenza – occasione unica e irripetibile – con i grandi campioni della vela e tornato in banchina potrà dire: «di fianco avevo Paul Cayard, Vasco Vascotto e questa gente qui». È una bella soddisfazione.

Parliamo della bora, un vento che conosci bene
La bora è nel Dna di Trieste non se ne può fare a meno. Siamo nati con questo vento sulla pelle e con le bonacce dall’altra parte. Bora e bonacce sono i due estremi che insegnano moltissimo: con poco vento devi andare avanti invece che indietro, un esercizio che ti forma egregiamente dal punto di vista tecnico; con la bora è sopravvivenza, devi portare a casa la pelle, la barca e il risultato in condizioni limite. Sono i due estremi che formano un campione. Non a caso guardando le biografie dei più grandi, tantissimi sono nati a Trieste.

Un consiglio al crocierista della domenica?
Devi essere conscio dei tuoi limiti e pensare che un tuo gesto può provocare un incidente, le barche non hanno i freni e può succedere di tutto. È importante navigare in modo corretto e conoscere le regole fondamentali della navigazione, sicuramente i diritti di rotta. Essere un comandante significa non mettere a repentaglio persone e cose che ti sono affidate.

Parteciperai al cinquantenario?
Certamente, sarò con Viriella, il Maxi Dolphin 118 piedi (35 m) di Vittorio Moretti, socio dello YCCS. L’obiettivo è portare avanti il messaggio di One Ocean, far conoscere la Charta Smeralda e farla firmare a quanta più gente possibile, velisti e no. La Charta propone un codice etico che è fondamentale rispettare per salvare il mare. Noi velisti dobbiamo essere i primi a fare qualcosa di concreto, perché la situazione è gravissima. Alla fine del mio giro d’Italia a Vela posso dire che quella delle microplastiche è un’emergenza. Moretti (tra le altre cose) è patron della Cantina Bellavista.

Da sotto coperta salterà fuori qualche bicchiere di Franciacorta?
Più di uno, spero! Non sappiamo ancora il «piano bottiglie» per la Barcolana. Normalmente quando si regata su Viriella, Vittorio stappa le bottiglie di Magnum solo a fine regata e una volta ormeggiati in banchina. Per la Barcolana magari fa un’eccezione: se facciamo una bella partenza «pulita», ad esempio, potremmo festeggiare subito!



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