Una piccola proposta: aboliamo la parola vacanze


Massì, eliminiamola questa parola che da leggerezza, sospensione di attività è diventata una zavorra di dolore e di scontro politico. Vacanze? Grazie no, non più. Nessuno si aspetta di vedere in tivvù le famiglie felici, con salvagente e ombrellone sul portabagagli, fuggire in autostrada alla chiusura (contemporanea) delle fabbriche. Cartoline sbiadite come quelle partenze intelligenti mai centrate, riti collettivi di un Paese che entrava in letargo sotto il sole, un lungo sonno ristoratore non interrotto dall’incubo dei certificati dei vaccini dei bambini, dai politici che vanno sui cantieri delle grandi opere, da decisioni epocali come il futuro dell’Ilva da prendere il giorno di Ferragosto. Non è odio dell’ozio ma neppure elogio, o il contrario, è soltanto il prendere atto che la vita non può interrompersi per obbligo del calendario, perché non siamo un Paese a economia agricola con la necessità di una lunga pausa estiva, perché la realtà è lì a urlarci di non chiudere gli occhi davanti agli schiavi dei campi che oggi muoiono anche da «regolari», perché dobbiamo vivere nel nostro tempo che non ci permette baccanali neanche quando stacchiamo.

Il moralismo non c’entra e non è un ravvedimento collettivo a svuotare le adunate oceaniche in spiaggia, è che il lavoro spezzettato genera ferie e anche pensieri, desideri, progetti a pezzi e allora le chiacchiere dei conduttori radiofonici oggi non le sopportiamo, i grandi manifesti colorati che annunciano sagre e notti da sogno in tutti i paesi del circondario ci sembrano inutili, la televisione, beh, quella d’estate fa piangere. Più canali e meno film, il telecomando scopre le stesse pellicole date soltanto in orari diversi, tanto da costringere il povero Aldo Grasso a recensire «I tartassati» con Totò e Fabrizi, attualissimi e grandiosi per carità, ma datati 1959!

Gli americani sostengono che ferie senza stimoli intellettivi fanno cancellare dalla memoria di scolari e studenti quasi tutto ciò che hanno imparato sui banchi, molti insegnanti italiani rispondono che andrebbero aboliti persino i compiti delle vacanze e sostituiti da visite in luoghi sconosciuti, con piccoli impegnati a fare nuove esperienze. Modelli di impiego del tempo libero che non liberano questo tempo da dubbi e incertezze sulla sua identità, stati d’animo confermati da quel magone che arriva persino dall’affollato whatsapp con il «Ci vediamo a settembre» che conclude auguri e saluti. Quasi un’ancora cui aggrapparsi mentre ci si sforza di essere altro da sé, come i vip che ammarano all’improvviso in ogni dove nei centri balneari dei comuni mortali.

Sì Naomi, Bono & Co possono forse farci sognare una vita che non sarà mai la nostra, come i matrimoni patinati e fiabeschi che si celebrano proprio durante i salotti televisivi. La voglia di evasione sarà salva, per un tempo tutto sommato accettabile e si scoprirà, se ancora ce ne fosse bisogno, che per sentirsi in vacanza non serve scapicollarsi in sport estremi, viaggi ustionanti in barca, escursioni fra mercatini e musei di cui getteremo i pieghevoli appena tornati in albergo, in debito di ossigeno e di pazienza.

Eliminata la parola vacanze, nei giorni d’estate dovremo porci di fronte a ciò che accade con la mente sgombra da ansia di eccessi e da delusione per non averli fatti: è un periodo dell’anno in cui non possiamo fuggire da nulla, meno che mai da noi stessi. E in tivvù, meglio i documentari.



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